Critica della Ragion Ludica 5: Perchè i giochi devono durare “poco”?

La scorsa settimana – con la recensione di Pandemia la Cura – ho “ammesso” di non amare i titoli “Usa e getta”, ovvero quei giochi che è possibile giocarci un numero “limitato” di volte. Avevo citato – come esempio – il caso di Pandemic Legacy, una versione di Pandemia sottoforma di campagne progressive e one-shot:  quando ho saputo che poteva capitare di strappare le carte o “modificare” in modo indelebile la plancia di gioco, ho rinunciato a qualsiasi proposito di provarlo, figuriamoci comprarlo…

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Pandemic Legacy Season 1 (in arrivo anche la Season 2)…

Questo gioco  in particolare – la prima volta che è uscito – mi ha spinto a farmi molte domande: ma perchè? Che senso può avere un titolo così “deperibile”? La gente sarebbe stata così folle da spendere più di 50 euro per un gioco che avrebbe potuto giocare “una sola volta”? Ero davvero perplesso e certo che sarebbe stato un completo flop, ma quando scoprii che Pandemic Legacy aveva avuto un successo straordinario (è arrivato al primo posto nella top100 di BGG), sono rimasto ancora più basito…  Ma quali sono i motivi – più “dubbi” direi – che mi allontanano da questa tipologia di giochi che ultimamente sta andando di moda?

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Ecco il volto di chi scrive, quando si trova di fronte a Pandemic Legacy…

Per iniziare, devo fare un’altra piccola “ammissione”: a me il cinema non piace e men che meno andarci… I motivi sono davvero molti: oltre al fatto che non riesco a stare fermo sulla poltrona – immobile  ed in silenzio – per più di un’ora (una vera tortura per me) e per questo tendo a parlare ed a commentare durante la proiezione (tortura per gli altri spettatori); non mi piace l’idea di spendere dai 4 ai 7 euro di biglietto per godere  un’esperienza che al massimo può durare due ore e per “una sola volta”. A questo punto, preferisco aspettare un po’ di più per comprarmi il dvd oppure aspetto la versione in streaming, che posso godere a casa, in tutta tranquillità (mia e vostra).

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Il cinema, teatro delle mie angosce

Per lo stesso motivo – giornata di ammissioni, eh? – non amo il genere giallo (che sia film, serie e libri). Spesso mi ricapita di rileggere qualche libro della mia infanzia (come il Piccolo Principe) ed apprezzare ogni volta nuovi aspetti, nuove sfumature che vengono colte solo alla seconda o terza rilettura… nei gialli, questo non avviene: al massimo si possono notare dettagli che ci erano sfuggiti, ma di certo l’assassino non cambia, ne la sua vittima e ne il suo movente…

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Alcuni titoli di Agatha Christie, una delle più famose scrittrici di libri gialli

Questi sono gli stessi “sentimenti” che provo di fronte ad uno di quei titoli: mi siedo, ci gioco, magari mi ci diverto anche, vorrei farci una nuova partita, ma non posso. Ormai il dado è tratto, la cartuccia è stata sparata e non si può più tornare indietro: resto con un’esperienza ludica, ma effimera. Al massimo potrà essere un bel ricordo, ma nulla più… Ed allora, perchè dovrei spendere le mie risorse (economiche e non) per ciò che ha “i minuti contati”?

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Tic.. tac… tic… tac…

So che in media – da quando un titolo viene comprato – solitamente ci si fanno quattro o cinque partite e poi si tende a venderlo perchè già ci si è stancati; così da avere spazio per nuovi titoli e continuare il circolo vizioso. Tuttavia è anche vero che non riusciamo a staccarci dai nostri giochi preferiti, quelli che ci hanno lasciato sensazioni migliori, quelli che potremmo giocare all’infinito e senza stancarci. Un titolo ti entra nel cuore solo dopo averlo “conosciuto” a fondo, dopo averci “vissuto” gran parte del nostro tempo: sarà per questo che io adore One Night Ultimate Werewolf, con cui ho superato il mio record di partite in attivo (oltre 150)? E non credo che con Pandemia Legacy (o con un altro gioco simile), si possa creare quell’intesa profonda: è come un viaggiatore sfuggente, che ti cammina fianco a fianco e che – prima o poi – dovrà andare via…

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Cosa può dare una sveltina, in confronto ad un’amore “eterno”?

Oltre a ciò, un titolo one-shot mi “impone” a rispettare delle regole:

  • non posso giocarci con chiunque: devo selezionare attentamente il mio gruppo di giocatori, devono essere disponibili ed “allenati”, sarebbe un peccato sprecare quell’unica occasione per colpa di qualcuno che non sa giocare; devo esser cinico sennò ho davvero “buttato” dei soldi;
  • non posso giocarci quando voglio: ho giusto un’oretta e vorrei giocare un po’, potrei anche provarlo, ma se poi non dovessi fare a tempo? Sarei costretto a terminare quell’unica partita o ad affrettarmi: ma a che prezzo?
  • non posso giocarci senza lo spirito giusto: quante volte vi sarà mai capitato di giocare di controvoglia, solo per far piacere ad un vostro amico? Su un titolo qualsiasi lo potete fare (lo strazio durerà poco), ma volete davvero rischiare con un gioco “usa e getta”?

Tutte queste “incertezze”, comunque,  non intaccano il mio giudizio su titoli del genere: ad esempio vi posso dire di aver giocato a Le Case della Follia (2 edizione), trovandolo scorrevole e godibile (ma criticabile sotto altri aspetti); mentre gioco di controvoglia a Sherlock Holmes consulente investigativo soprattutto perchè si tratta di un giallo (e perchè non sopporto Holmes come personaggio). E non dimentico Naufragos ne Tales of the Arabian Nights, con i quali ho fatto delle partite stupende ma che – inevitabilmente – soffrono un po’ del problema “mi è già capitato e so come risolverla”…

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Naufragos e Le Case della Follia, due titoli belli, nonostante tutto…

Anche al di di fuori dei boardgames, non mi dispiace l’elemento “usa e getta”: da piccolo leggevo spesso librogames (piccole avventure in formato cartaceo) e per diverso tempo ho partecipato a cene con delitto, tribunal party e giochi di comitato; riuscendo anche ad organizzarne qualcuna per i miei amici (anche se non ho mai scritto nulla, mi sono sempre affidato alle opere di Lorenzo Trenti e Riccardo Affinati). In questi contesti – ovvero quello del gioco di ruolo – tale elemento non solo non mi infastidisce, ma credo sia necessario: se così non fosse, verrebbe a mancare l’elemento interpretativo e ambientativo, quello che ti fa “credere” di essere Lupo Solitario nel Magnamund oppure l’assassino di un delitto che deve – a tutti i costi – scamparla.

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Una piccola parte della mia collezione

Nei giochi da tavolo, invece, è diverso: non deve esserci interpretazione. Certo, ogni gioco ha una sua ambientazione e il giocatore – di volta in volta – si cala nei panni di contadini, costruttori, dottori, nobili altezzosi o invincibili guerrieri ; ma non gli si chiede di impugnare una spada o di posizionare un mattone (e neanche di farlo per finta). Quel che conta è il gioco e tutte le possibilità che offre: le azioni e le combinazioni possibili, le reazioni e le sensazioni dei giocatori al tavolo ed anche il lancio dei dadi, simbolo di come la fortuna può cambiare le sorti della partita.

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Ora non è che ad Agricola dovete REALMENTE “arare i campi” o “ampliare la famiglia”. Anche se la seconda che ho detto potrebbe non essere così spiacevole…

Credo che la longevità sia un elemento fondamentale in un gioco da tavolo: un titolo che non si ferma alla prima o alla seconda partita, ma che può essere esplorato in qualsiasi modo – senza mai stancare – offrendo di volta in volta spunti diversi, come un libro da rileggere più volte per comprenderlo appieno. Forse è proprio questo la mia perplessità maggiore quando analizzo un titolo “da una botta e via”: hanno una limitatissima longevità che ti costringe – dopo poche volte – ad abbandonare il gioco al suo destino…

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Istanbul, titolo che vanta di grande longevità, grazie a vari espedienti (come la customizzazione della plancia di gioco).

In occasione del Modena Play, è stato presentato Deckscape, il gioco di Martino Chiacchiera e Silvano Sorrentino che riproduce le Escape Room in una comoda scatolina tascabile (sarà una nuova recensione per Semper Filleris?) e mi sono stampato la demo di Unlock! (di Alice Carroll, Thomas Cauët, Cyril Demaegd). Questi due titoli, nonostante siano deperibili (avranno più avventure, ma da affrontare una sola volta), mi hanno intrigato parecchio:  chissà se riusciranno a farmi “cambiare” questa ottusa opinione…

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La novità del momento: mi farà cambiare idea?

Vorrei concludere – come al solito – chiedendo il vostro parere: che cosa ne pensate? Basta davvero poco tempo per poter apprezzare un gioco? Pensate che sia meglio un titolo che offre emozioni in una sola volta, oppure preferite i titoli più longevi? Ricordandovi che le vostre opinioni sono sempre ben accette – specie quelle discordanti – vi saluto e ci rivediamo la prossima settimana.

Un pensiero su “Critica della Ragion Ludica 5: Perchè i giochi devono durare “poco”?

  1. Quello che mi ferma dei legacy è l’alterazione del gioco non il fatto che sia esauribile. Le Case Della Follia 2ed è sicuramente uno dei miei giochi preferiti sul quale continuerò a comprare ogni cosa che uscirà. Non vi è dubbio che la FFG sfrutterà a dovere il brand. Ti dico questo perchè capisco il tuo ragionamento e l’ho superato con una semplice constatazione. Nel 2016 ho fatto circa 250 partite su più di 50 giochi, la media dice 5 partite a gioco che sono in perfetta linea con il numero di scenari de Le Case, la metà di quelli di Sherlock e circa un terzo di quelle per Pandemic Legacy.

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